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Carcere e costituzione. Lo specchio del Paese

Aggiornamento: 8 ago

In dialogo con Pietro Buffa, saggista e già dirigente del DAP

Pietro Buffa
Pietro Buffa

Nel dibattito pubblico il carcere torna ciclicamente a occupare le pagine di giornali, commenti sui social e discussioni più o meno centrate. Accade quando una persona detenuta si toglie la vita, si verificano abusi, il sovraffollamento raggiunge livelli insostenibili, un agente viene aggredito. Fatti che riportano l’attenzione su un sistema che sembra vivere perennemente in emergenza. È in quei momenti che ricompare anche l’articolo 27 della Costituzione, quasi fosse una formula da evocare ogni volta che la realtà smentisce i principi: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.»

A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, la domanda appare inevitabile: quanto di quell’articolo è stato realmente attuato? È stata questa la domanda con cui ho iniziato la conversazione con Pietro Buffa, già direttore della Casa circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, saggista e da qualche mese consulente dell’Amministrazione comunale con l’obiettivo di riorganizzare i percorsi di inserimento sociale e lavorativo dei detenuti a fine pena o di quelli sottoposti a misure alternative.

È da anni una delle voci più autorevoli nel dibattito sull’esecuzione penale.

L’intento era parlare di sovraffollamento, di lavoro penitenziario, di misure alternative, di sicurezza. Dopo pochi minuti, invece, stavamo parlando di salari, di sanità pubblica, di globalizzazione e di paura. Non avevamo cambiato argomento. Era la domanda, probabilmente, a essere troppo stretta.

 

«Bisognerebbe chiedersi», mi dice quasi subito, «quanto la Costituzione, nel suo complesso, sia stata attuata. Quando si fanno ragionamenti sul carcere, sulla pena, sulla dignità e sulla rieducazione non bisogna restringere il campo. Bisogna allargarlo. È un problema molto più vasto, che riguarda l’attuazione della Costituzione nel suo complesso.» È una risposta che obbliga a spostare il punto di osservazione. Siamo abituati a considerare il carcere come un compartimento separato della società, un mondo con regole proprie, nel quale si concentrano problemi specifici da affrontare con strumenti specifici. Buffa capovolge questa prospettiva. Il carcere, sostiene, non è un’anomalia della democrazia italiana. È uno specchio. E, come ogni specchio, riflette ciò che gli sta davanti. Per questo, prima ancora di discutere se l’articolo 27 sia stato rispettato o tradito, propone di guardare al resto della Carta. «Pensiamo al lavoro. La Costituzione dice che la Repubblica è fondata sul lavoro e che la retribuzione deve consentire una vita dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia. Pensiamo alla solidarietà. Pensiamo alla salute. Oggi discutiamo di salari che perdono potere d’acquisto, di sfruttamento, di persone che rinunciano a curarsi. Allora dobbiamo domandarci quanto la Costituzione sia stata realmente attuata nel suo insieme.» Non è una fuga dal tema del carcere. È, piuttosto, un invito a collocarlo dentro una cornice più ampia.

 «Lo sento ripetere continuamente questa espressione: torniamo al carcere della Costituzione. Ma qual è questo carcere? E perché ne siamo usciti? Continuare a evocarlo non basta, se prima non capiamo che cosa è accaduto nel frattempo.» La sua non è una lettura pessimistica della storia repubblicana. Al contrario. Buffa individua con precisione una stagione nella quale la Costituzione ha smesso di essere soltanto un testo e ha iniziato a trasformarsi in politiche pubbliche: «La Repubblica diventa effettivamente democratica negli anni Settanta. È lì che arrivano lo Statuto dei lavoratori, il nuovo diritto di famiglia, la riforma sanitaria, la legge Basaglia e anche l’Ordinamento penitenziario. Sono tutte riforme che hanno dato gambe ai principi costituzionali e hanno consentito alla mia generazione di vivere una vita diversa da quella dei nostri padri.» L’espressione che utilizza è significativa: dare gambe alla Costituzione. Una Costituzione, sembra dire Buffa, non vive perché è scritta bene. Vive quando qualcuno la mette in cammino. E, implicitamente, smette di vivere quando quei principi restano affidati alla sola forza delle enunciazioni. È una riflessione che, inevitabilmente, sposta il terreno della discussione. Se il problema non è il carcere ma la progressiva non attuazione della Costituzione, allora anche le criticità del sistema penitenziario smettono di apparire come un’anomalia. Diventano il sintomo di qualcosa di più generale. Non è più soltanto: perché l’articolo 27 è rimasto incompiuto? Diventa, più radicale: quando abbiamo smesso di far camminare la Costituzione?


Quasi naturalmente, il discorso si sposta dal piano costituzionale a quello sociale. Gli chiedo se, allora, le criticità che conosciamo non debbano essere lette come il sintomo di qualcosa di più profondo. Buffa annuisce. «Occorre ricollocare quello che qualcuno chiama il fallimento del carcere dentro un dibattito molto più ampio.» Da qui la conversazione prende una direzione inattesa. Non si parla più soltanto di istituti penitenziari, ma della trasformazione della società italiana negli ultimi quarant’anni. «Viviamo in un mondo globalizzato che produce marginalità in modo molto veloce e scarsamente reinseribile nel mondo del lavoro e del consumo. Lo Stato fatica sempre di più a garantire quel benessere che la Costituzione gli assegna come compito. La classe media vede erodersi le proprie certezze e reagisce chiedendo sicurezza.» Mentre lo ascolto mi colpisce un particolare. Buffa non contrappone mai sicurezza e diritti. Piuttosto, prova ad allargare il significato stesso di questa parola.

«La sicurezza non è soltanto quella rispetto ai reati. È sicurezza del mantenimento del posto di lavoro, della salute, del cambiamento climatico, delle prospettive di vita. Oggi, invece, tutto viene ricondotto quasi esclusivamente alla paura della criminalità.» Il carcere non esce dall’inquadratura, rimane sullo sfondo, come conseguenza finale di processi che iniziano molto prima.

È un pensiero che condivido con lui. Negli anni in cui mi sono occupato di carcere ho visto alternarsi governi di colore diverso, ministri della Giustizia, sottosegretari, capi del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Ogni volta si annunciava un cambio di passo, un nuovo approccio. Eppure, guardando ai problemi strutturali, la sensazione è quella di un sistema che continua a rincorrere le emergenze senza riuscire a modificarne le cause. Buffa non cerca un colpevole. Anzi, diffida proprio delle spiegazioni troppo semplici: «Ogni tanto si dà la colpa alla politica. Altre volte a chi dirige il DAP. Altre ancora al welfare. Ma sono risposte parziali. E qualche volta sono perfino delle non-risposte.» Il punto, secondo lui, è un altro: «Continuiamo a invocare il carcere della Costituzione come se bastasse quella formula per risolvere i problemi. Ma prima dovremmo domandarci perché quel carcere è uscito dalla Costituzione. Cosa è successo?» È una domanda che attraversa tutta la conversazione e che, a ben vedere, supera perfino il tema penitenziario.


Che cosa è accaduto a una Repubblica che, negli anni Settanta, sembrava capace di trasformare i principi costituzionali in politiche pubbliche e che oggi fatica a tradurli in realtà? Forse è proprio qui che il carcere torna a essere protagonista. Non perché sia l’origine del problema. Perché ne rappresenta il punto di caduta. «Quando ho iniziato a lavorare», ricorda Buffa, «nelle carceri c’erano soprattutto criminali professionali. Rapinatori, truffatori, appartenenti alla criminalità organizzata. Oggi il carcere è cambiato profondamente.» Dentro gli istituti penitenziari arrivano sempre più spesso persone segnate da dipendenze, disagio psichico, povertà estrema, migrazioni irrisolte, esclusione sociale. «Il carcere non produce questa marginalità. La raccoglie.» Se è così, chiedere al carcere di risolvere ciò che nasce fuori dalle sue mura significa affidargli un compito impossibile. Anzi, sottolinea Buffa, continuare a pensarlo significa attribuire all’istituzione penitenziaria una funzione che nessuna istituzione potrebbe realisticamente assolvere.

A questo punto la chiacchierata compie un altro scarto. Fino a quel momento avevamo parlato di economia, sicurezza, marginalità. Poi, quasi improvvisamente, Buffa porta il discorso sul linguaggio. Potrebbe sembrare una digressione. In realtà è uno dei passaggi più densi dell’intervista. «Negli ultimi decenni», osserva, «abbiamo cambiato continuamente le parole. Prima parlavamo di rieducazione. Poi di risocializzazione. Poi di reinserimento. Poi di restituzione. Ogni stagione sembra avere bisogno di una nuova parola che comincia con la 'R'.» Sorride mentre lo dice, ma il tono non è ironico. È critico. «Cambiano le parole, ma il problema resta sostanzialmente lo stesso.» Il lessico cambia più rapidamente della realtà.

Ogni riforma, ogni stagione culturale, ha introdotto un termine nuovo, quasi che fosse sufficiente cambiare la definizione per cambiare anche la realtà. Ma le parole, da sole, non modificano i processi. «Io credo», continua Buffa, «che oggi dovremmo usare un’altra parola.» Quella parola è riassimilazione. Non la propone come un nuovo slogan. Anzi, mette subito in guardia dal rischio di aggiungere semplicemente un’altra “R” alla lista. La utilizza perché sposta il baricentro del ragionamento. La rieducazione riguarda prevalentemente il detenuto. Il reinserimento richiama soprattutto il momento in cui una persona esce dal carcere. La riassimilazione, invece, riguarda la comunità. «Il problema non è soltanto quello che succede dentro il carcere. È capire se una società è ancora capace di riassimilare persone che, per ragioni diverse, ha progressivamente espulso.» La differenza è enorme. Per anni il dibattito penitenziario si è concentrato su ciò che l’istituzione deve fare nei confronti del condannato. Buffa ribalta la prospettiva: la domanda diventa che cosa la società è disposta a fare nei confronti di chi ha escluso. È un cambio di paradigma. Per spiegarsi richiama un’esperienza che, apparentemente, appartiene a un’altra storia: quella di Franco Basaglia.

«Di Basaglia ricordiamo giustamente la battaglia contro il manicomio. Ma spesso dimentichiamo un aspetto fondamentale. Basaglia non voleva semplicemente rendere più umano il manicomio. Voleva che quelle persone tornassero a vivere nella società. Non è solo partito dal mettere i comodini nei reparti. È partito dall’idea che quelle persone dovessero uscire da lì.» Anche il sistema penitenziario continua troppo spesso a interrogarsi su come migliorare il contenitore - «che peraltro gestiamo male» - senza chiedersi se il vero problema non sia ciò che accade fuori dalle mura.

Più andiamo avanti, più il carcere assume un significato diverso. Non più soltanto il luogo nel quale lo Stato esercita la pretesa punitiva. Piuttosto il punto terminale di un processo di esclusione. Una società produce continuamente marginalità. Produce persone che perdono il lavoro, che non riescono più ad accedere a una casa, che convivono con dipendenze, disturbi psichici, povertà, solitudine. Alcune di queste persone finiscono per commettere reati. E a quel punto il carcere raccoglie ciò che la società non è stata capace di affrontare. Il carcere arriva alla fine, non all’inizio.

 

Prima di salutarci, mi racconta una cosa che, all’apparenza, sembra lontana da tutto ciò di cui abbiamo parlato. Negli ultimi mesi gli è stato chiesto più volte di scrivere la prefazione di libri a tema carcere di libri rivolti all’infanzia. La cosa all’inizio lo aveva sorpreso. Poi ha cambiato idea: «Ho capito che da come raccontiamo il mondo a bambine e bambini dipende la maniera in cui loro proveranno a migliorarlo


Usciamo dall’intervista con una sensazione inattesa. Eravamo partiti dall’articolo 27. Non abbiamo quasi mai parlato di carcere. Eppure non abbiamo fatto altro. È proprio questo il punto che Buffa ha cercato di spostare fin dalla prima risposta.

L’articolo 27 non è un capitolo della Costituzione da consultare quando il carcere entra in crisi. È il punto in cui le contraddizioni del Paese diventano più visibili. Alessandro Prandi - Rivista Solidea, luglio 202026

 
 
 

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