Il carcere dopo la pandemia

Aggiornamento: 23 nov 2020

L’emergenza sanitaria, tra le altre cose, ha reso evidenti le capacità di resistenza e di risposta dei sistemi organizzati del nostro Paese. Per loro stessa natura, le crisi esaltano potenzialità e criticità: le prime a volte inespresse, le seconde spesso nascoste dalla gestione ordinaria. Della fragilità del sistema penitenziario italiano, ho già avuto modo di parlare, giusto un anno fa proprio su queste pagine. È evidente che non era necessaria una pandemia per accedere i riflettori sulle sue endemiche debolezze; debolezze contemporaneamente alimentate e sottaciute da buona parte del gigantesco apparato politico, burocratico e mediatico che governa, amministra e racconta il mondo delle carceri.


Al 31 gennaio 2020 nelle carceri italiane erano detenute 60.971, che a fronte di una capienza effettiva di 46.731 determinava un affollamento medio pari al 130% con alcune situazioni che superavano il 170%. Non solo sovraffollamento, ma anche suicidi (53 nel 2019), aggressioni agli agenti, scarsa assistenza sanitaria, carenza di personale, lacune nei percorsi volti al reinserimento sociale: «uno stato di abbandono si respira nelle carceri» ebbe a dire il Garante nazionale delle persone provate della libertà Mauro Palma. Uno “stato di abbandono” che ha dovuto fare i conti con la peggiore crisi sanitaria, economica e sociale che il mondo abbia mai vissuto.


Il carcere e il Covid-19


Dal 25 febbraio, quindi prima ancora del lockdown, le carceri hanno chiuso le porte a tutti gli accessi esterni, sono state sospese attività formative, i percorsi di reinserimento sociale e lavorativo e soprattutto i colloqui in presenza con i familiari. La comunicazione tra l’esterno e l’interno è sempre difficile e in quel momento lo è stata particolarmente: i detenuti in alcune carceri non capivano cosa stesse succedendo e l’interruzione dei contatti con i familiari è stata un evento deflagrante. Tra il 7 e l’11 marzo ci sono state alcune rivolte, nelle quali sono morte 14 persone ed alcune sezioni sono state fortemente danneggiate. Su quella vicenda, i cui contorni sono al momento tutt’altro che delineati, si è messo in moto – com’era ovvio – il solito barnum comunicativo-giudiziario per dare risalto a sommosse e distruzioni e mettere in secondo piano la reazione violenta e indiscriminata delle Forze dell’Ordine.

La causa delle rivolte è dovuta a una serie di fattori che si sono concatenati. Si è innanzitutto palesata la totale incapacità di chi dirige le carceri di comunicare tanto verso i detenuti e le loro famiglie, quanto verso la società civile. Si è aggiunta la comprensibile percezione di chi, da dietro le sbarre, vedeva il dilagare del virus, e si ponesse delle domande rispetto al suo ambiente di vita: l’impossibilità di mantenere il cosiddetto distanziamento sociale, celle sovraffollate, servizi igienici in comune, presenza di persone già affette da patologie debilitanti e la prospettiva, stando alle norme che poi si sono applicate, di una chiusura totale lunga mesi. Contemporaneamente, operatori e agenti della Polizia penitenziaria entravano e uscivano dagli istituti spesso privi di mascherina. Io stesso, durante la prima visita ispettiva presso il carcere di mia competenza, mi sono sentito dire che la mascherina che indossavo “avrebbe potuto causare allarme tra i detenuti”.

In carcere dalla fine di febbraio fino a metà luglio sono entrati solo direttore, agenti di polizia penitenziaria, operatori dell’area trattamentale (educatori), medici e personale dell’area sanitaria ed i Garanti. Anche i magistrati hanno implementato la modalità da remoto e hanno ridotto le visite in carcere.

Tutte le attività formative si sono fermate, a parte rarissime eccezioni, la didattica a distanza - che pure è stato uno dei segni distintivi di questa fase – non è mai stata presa seriamente in considerazione. Spiace dirlo, ma alla scarsa propensione all’innovazione che distingue la stragrande maggioranza dei dirigenti chiamati ai vari livelli a governare il sistema si è aggiunta un malcelato tentativo di ritornare in e per tutto all’istituzione totale e totalizzante di qualche decennio fa.


Norme e polemiche


Il Dipartimento dell’Amministrazione tra il 22 febbraio e il 2 luglio ha affastellato ventitré provvedimenti per “governare” la pandemia dentro le mura, a questi si sono aggiunte circolari e direttive dei singoli provveditorati regionali e a cascata gli ordini di servizio delle singole direzioni. Sono stati otto, gli articoli riguardanti le carceri nella legislazione governativa anti-Covid.

Per garantire maggiori contatti con le famiglie, è stato aumentato il numero di telefonate la settimana a disposizione per ogni persona, si è passati da un contatto di 10 minuti a settimana a due o tre telefonate. Il secondo passo è stato la possibilità di fare chiamate tramite videoconferenza. Una rivoluzione epocale, che il mondo del carcere ha gestito inizialmente in modo abborracciato tra strumentazioni informatiche inadeguate e la parossistica esigenza di tenere tutto sotto controllo. Ci sono state donazioni per l’acquisto di smartphone, si è deciso di passare alle video-chiamate via WhatsApp: una soluzione semplice, per fin banale per chi vive fuori, che ha consentito non solo di stemperare le tensioni, ma di allargare la possibilità di riallacciare contatti con familiari anche lontani che non potevano recarsi in carcere. La speranza è che questa misura rimanga, che non si sia trattato di una soluzione emergenziale ma diventi la prassi; un’alternativa, anzi un’aggiunta ai colloqui in presenza.


Indulto mascherato o occasione mancata?


Due sono stati i provvedimenti che hanno affrontato direttamente la limitazione del contagio nelle carceri. Parrebbe che di colpo ci si sia accorti del vicino collasso in cui versava il sistema, come se fino ad allora stipare oltre 60.000 persone in una scatola che poteva contenerne poco più di 47.000 fosse una variabile indipendente da tutto il resto.

Il Decreto-Legge numero 18 del 17 marzo 2020, conosciuto come “Cura Italia”, agli articoli 123 e 124 affronta di petto il tema del contenimento del virus nelle carceri.

Si rende più veloce la pratica di concessione della detenzione domiciliare, prevedendo la possibilità che la pena detentiva non superiore a 18 mesi possa essere eseguita presso il proprio domicilio, salvo eccezioni per alcune categorie di reati o di condannati. A questo provvedimento si è aggiunta la direttiva emanata dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria che ha chiesto agli istituti di segnalare all'autorità giudiziaria i casi di ultrasettantenni o portatori di gravi patologie per il differimento della pena, indipendentemente dal tipo di reato e dagli anni che restano da scontare. Provvedimenti molto discussi, soprattutto il secondo che dopo le roventi polemiche in relazione ai presunti benefici che ne avrebbero tratto i boss mafiosi anziani o malati; polemiche che hanno portato alle dimissioni del capo del DAP, Francesco Basentini, e del Direttore dell’Area trattamentale Giulio Romano. Il provvedimento è stato prima depotenziato, poi revocato.

Com’è andata veramente? Si è riusciti a contenere ad abbassare in modo significativo il numero delle persone detenute per garantire la tutela della salute?

Iniziamo a mettere in chiaro che scontare una condanna nel proprio domicilio non vuol dire aver condonata la propria pena, ma pagare il debito con la giustizia in una delle modalità previste dalla nostra Costituzione. Certezza della pena, non vuol dire certezza della galera. Altro fattore la mancanza dei braccialetti elettronici che si prevedeva di applicare a coloro che devono scontare un residuo di pena superiore a sei mesi, che la stragrande maggioranza dei detenuti che potrebbe beneficiare di questa norma sia rimasta in carcere. Con l'accordo siglato tra il ministro della Giustizia, il Viminale e il commissario straordinario all'emergenza Domenico Arcuri, è stata programmata l'installazione di 4.700 nuovi dispositivi entro la fine di maggio. In questo modo è stata depotenziata la prerogativa d'urgenza che il decreto-legge voleva attuare.


I numeri per fare chiarezza


Come sempre sono i numeri che aiutano a far chiarezza.

A fine maggio l’Associazione Antigone ha presentato il XVI Rapporto sulle condizioni di detenzione, “Il carcere al tempo del coronavirus”, frutto dell’attività dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione in Italia.

Il 29 febbraio 2020, un paio di settimane prima dell’approvazione del “Cura Italia” nelle prigioni del nostro Paese erano presenti 61.230 persone. Un numero che potenzialmente tendeva ai 65.701 di fine 2012 e che portò alla sentenza della Corte europea che condannò l’Italia per i trattamenti inumani e degradanti prodotti dal sovraffollamento. All’inizio dell’emergenza vi erano 10.229 persone in più rispetto alla capienza regolamentare di 50.931 posti, si calcola però che circa altri 4 mila posti non siano effettivamente disponibili; a conti fatti l’emergenza inizia con una sovra-popolazione detenuta pari a poco meno di 15 mila unità.

Il tasso di affollamento era del 130,4%.

A fine marzo il numero scende a 57.853 (-3.377), a fine aprile si arriva 53.904 (-7.326 rispetto a due mesi prima); poi la brusca frenata proprio in concomitanza con le polemiche accennate in precedenza.

Il 31 maggio le persone detenute sono 53.387 (-7.843 rispetto a febbraio). Il 30 giugno, ultimo dato ufficiale disponibile al momento della scrittura di questo intervento, si registra addirittura un leggero aumento: 53.579 con il sovraffollamento che si è assestato al 114%. I dati ufficiali del Ministero della Giustizia non consentono di distinguere quali persone hanno usufruito dei benefici in forza di una pena residua al di sotto dei 18 mesi o perché ultrasettantenni o portatori di particolari patologie.

Il Rapporto di Antigone ci viene in aiuto per far luce sul caso che riguarda i detenuti in regime di alta sicurezza, di cui si è molto parlato: «Occorre ricordare che il regime di sicurezza non interessa solo i mafiosi: ci sono 3 livelli di sicurezza di cui il 41 bis più elevato e le persone in alta sicurezza in tutta Italia sono meno di 9.000. Con l’emergenza Covid-19, 376 persone di alta sicurezza sono uscite in detenzione domiciliare; di questi solo uno (80 anni) aveva il 41 bis. Tutti i 376 avevano meno di 18 mesi da scontare e avevano già scontato le pene per crimini di mafia, quindi stavano scontando pene per altri reati. Di queste 376 persone, 195 non erano ancora condannate con pena definitiva, hanno chiesto misure alternative e per loro hanno deciso i giudici di cognizione».


I numeri del contagio in carcere


Sul sito del Consiglio Regionale del Piemonte si possono leggere le considerazioni del Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà, Bruno Mellano, che in un recente intervento ha analizzato la portata della pandemia all’interno delle carceri: globalmente sono state 287 le persone detenute riscontrate positive al Covid-19 nei 190 istituti italiani. Il monitoraggio quotidiano della rete dei Garanti coordinata dall’Ufficio del Garante nazionale ci dice più di un terzo - ben 107 - sono stati riscontrati nelle 13 carceri del Piemonte: 78 a Torino, 25 a Saluzzo e 4 nella Casa circondariale di Alessandria "Don Soria". La giornata in cui si è registrato il picco di persone ristrette in carcere positive al virus ha fissato la propria triste bandierina a quota 161 detenuti contagiati: in Piemonte si è superata quota 60. Il provveditore della Lombardia, durante un intervento pubblico ha parlato per la sua Regione di competenza di 80 detenuti positivi e 140 fra agenti e funzionari. Nello stesso periodo, anche gli operatori penitenziari si sono contagiati, ovviamente, ma risulta più difficile per le autorità di garanzia avere un numero preciso.

A livello nazionale, tra personale di polizia penitenziaria, collaboratori amministrativi ed educatori dell’Amministrazione i positivi risultano essere stati ben oltre 200. La giornata in cui si è registrato il picco degli operatori penitenziari positivi in carcere ha, infatti, fissato l’asticella a livello di 204 persone contagiate.


La lenta ripresa e la tentazione di tornare al passato


Con la fine giugno, mentre gli italiani sono tornati alla “normalità”, determinando, nei numeri alla mano, una frenata della discesa della curva dei contagi, il carcere ha cominciato a domandarsi cosa fare.

L’impressione è che ad oggi non si possa parlare realmente di una Fase 2. È ripresa la concessione dei permessi, ma quando si rientra si sta in isolamento per almeno due settimane; i colloqui in presenza sono ripresi, ma con una forte limitazione del numero delle persone ammesse dall’esterno, gli operatori delle agenzie formative o consulenziali e i volontari hanno ripreso la loro attività ma in numero contenuto e con estrema cautela. I detenuti che avevano ottenuto di lavorare esternamente al carcere prima della chiusura sono i più penalizzati in questa fase. Se in linea di principio questa attività viene prestata in aziende che per legge devono mettere in atto tutte le prescrizioni e i comportamenti previsti per i luoghi di lavoro, le direzioni sono chiamate a garantire la loro separazione dal resto della popolazione detenuta, una volta rientrati dal lavoro. E qui casca l’asino.


Anche se sensibilmente migliorata, la situazione presenta ancora un rapporto presenze/capienza lontano da quanto previsto dall’Organizzazione mondiale della sanità, a ciò si aggiunga che in molti istituti, soprattutto in quelli più piccoli, è complicato ricavare spazi detentivi che consentano di tener divise le due categorie di persone.

Alcuni spunti per futuro: le tecnologie entrate in carcere per il virus non devono più uscire, l’indispensabilità della funzione costituzionale della pena rappresentata dal volontariato dal Terzo Settore, il superamento dell’istinto di autoconservazione dell’istituzione carceraria. In sostanza, se l’emergenza sanitaria in carcere, può essere letta come punta dell’iceberg dell’emergenza sociale in corso, deve essere adeguatamente affrontata, seguendo nuovi e diversi modelli e paradigmi mettendo a frutto la pesante lezione Covid-19. Articolo uscito su Solidea, settembre 2020