Co-responsabili, non ci sono alternative

Roberto Cavallo, classe 1970, albese è da una vita che si occupa di ambiente. A metà degli anni ’90 è stato tra i fondatori della cooperativa E.R.I.CA., di cui in questo momento è anche amministratore delegato, ha collaborato con il Ministero dell’Ambiente sia per l’attuazione del Piano Nazionale per la Prevenzione dei Rifiuti che per il recepimento del pacchetto di direttive europee per l’economia circolare. È autore di saggi e studi, tra questi “Meno 100 chili ricette per la dieta della nostra pattumiera” per Edizioni Ambiente - che è diventato anche un fil diretto da Emanuele Caruso - e “La Bibbia dell’Ecologia” per Elledici. Nel 2017 è stato protagonista del film “Immondezza – la bellezza salverà il mondo” di Mimmo Calopresti ed è stato consulente, autore e conduttore di alcune trasmissioni RAI. Nell’ora abbondante di chiacchierata abbiamo toccato almeno dieci Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile fissati dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030. “Oggi più che mai - esordisce Cavallo - ci troviamo di fronte ad una sfida che mette in crisi alcuni assunti, anche culturali, del passato. Negli anni ’80-’90 si sottostimavano gli aspetti olistici rispetto alle competenze specialistiche. Non è forse un caso che proprio in quel periodo si è iniziato a superare, l’antagonismo ambiente-salute-lavoro. Pensiamo alla vicenda dell’ACNA di Cengio, che ha visto proprio a metà anni ’90 il massimo coinvolgimento dell’opinione pubblica, oppure la lunga eredità dell’Ilva di Taranto. Oggi l’unica possibilità che abbiamo è combinare la visione ambientale con quella sociale a cui abbinerei la dimensione del governo dei territori.”


È vero; però oggi quella dicotomia, almeno a parole, è superata. Si sta affermando il nuovo paradigma dell’economia circolare che porta con sé una serie di conseguenze, ad esempio sulla vita delle città, sul loro rapporto con le aree esterne, sia metropolitane che rurali… “C’è un esempio che faccio spesso e che calza a pennello: il cibo. Il cibo viene prodotto fuori dalla città ma ci entra per essere distribuito e consumato, producendo scarti che riescono dalla città per diventare compost, oppure andare in discarica o negli inceneritori. C’è un concetto che fatica ancora ad affermarsi: ogni scelta ambientalmente sostenibile, da un punto di vista squisitamente statistico, genera lavoro e sviluppo economico. Nelle premesse della Direttiva europea sull’Economa circolare, dove viene affermato che questo settore è quello che crea più posti di lavoro per unità di prodotto. 100.000 tonnellate di rifiuti, che è una produzione per un’area di circa 200.000 abitanti, messe tutte in discarica generano 16 posti di lavoro, se le buttiamo nell’inceneritore sosteniamo 40 posti di lavoro, se invece li raccogli in modo differenziato e li mandi al riciclo secondo la propria categoria merceologica si creano 250 posti di lavoro. Ci sono studi che hanno stimato che se si riuscisse a fornire a quei 200.000 cittadini gli opportuni servizi per non produrre le 100.000 tonnellate di rifiuti, si potrebbero creare 2.500 posti di lavoro; è un assunto teorico, però quei servizi esistono già, basterebbe potenziarli e dargli maggiore efficienza: cassette dell’acqua che consentono di abbattere l’uso della plastica, detersivi, caramelle, alimenti per animali commercializzati sfusi, reti di riparazione e ricondizionamento di elettrodomestici e mobili…e così via.” Effettivamente pare che non ci siano alternative. Le due dimensioni, ambientale e sociale, sono ormai le ruote della stessa bicicletta. Gli stessi ragionamenti valgono, forse ancora di più, se parliamo di energia “Non ho dati precisi, ma se consideriamo 1 Kilowattora prodotto da petrolio, carbone o gas metano genera non solo una minore quantità, ma anche una diversa qualità del lavoro. Dovremmo anche capire in quali condizioni si lavora in alcune parti del mondo, proprio nella filiera energetica: per ogni chilogrammo estratto di Colombio e Tantalio, che sono due elementi che stanno dentro uno smartphone, nelle miniere del Congo abbiamo due morti, tendenzialmente ragazzini intorno ai 14 anni per costruire un oggetto che uso per tre anni e poi la butto. Se invece c’è qualcuno che lo ripara posso utilizzarlo per sei anni. Non è solo una questione ambientale, ma di tutela e promozione dei diritti umani e delle condizioni dei lavoratori.


Ti occupi di ambiente ormai da quasi trent’anni. Ci sono delle date o meglio delle pietre miliari che hanno segnato questo percorso?

Parto da un ricordo personale che per me ha rappresentato una vera e propria rivelazione, un perno su cui ancora oggi costruire attività e progetti. Come sai sono stato per un paio di anni - dal 1997 al 1999 - assessore all’ambiente, agricoltura e protezione civile al Comune di Alba. Proprio nei primissimi giorni dell’incarico mi sono ritrovato gli abitanti del quartiere Vivaro (zona della città attraversata dal Tanaro, n.d.r.) sotto il municipio a protestare perché il Magistrato del Po ora AiPo, l’autorità che è responsabile della sicurezza idraulica dell’area padana, aveva piantato i picchetti per delimitare la porzione di territorio dove sarebbero sorti gli argini del fiume previsti dopo i disastri dell’alluvione del 1994. Era ovvio che nessuno metteva in discussione i progetti degli ingegneri e i loro calcoli e neppure che quelle opere avrebbero reso più sicuri il quartiere e la città. Però non ci si era preoccupati di spiegarlo agli abitanti. Era la metà degli anni ’90 ed il concetto di concertazione e di coinvolgimento di chi abita i territori destinatari di interventi di modificazione urbanistica non si era ancora affermato. Per me fu, appunto, una rivelazione. È un tema, che nette insieme la capacità di una classe dirigente di essere autorevole e le sue competenze comunicative.

Non è un ragionamento banale se pensiamo che ci sono intere zone d’Italia che sono state martoriate a causa di connivenze tra politica, affari e criminalità; ebbene la gente di quei posti fa fatica a fidarsi se non la coinvolgi nei processi di sviluppo o di cambiamento che la riguardano.

Travalicando la sfera personale una data fondamentale è il 1987 quando fu sottoscritto Il protocollo di Montréal, trattato internazionale volto a ridurre la produzione e l'uso di quelle sostanze che minacciano lo strato di ozono; fu il primo accordo che coinvolse tutte le nazioni del mondo; si tratta di un esempio di eccezionale cooperazione internazionale, probabilmente l'accordo di maggior successo della storia. Quelli che sono seguiti, Kyoto nel 1997 su surriscaldamento globale e Parigi del 2015 sul cambiamento climatico, hanno avuto vicende più travagliate. Il Protocollo di Parigi, è stato ultimamente rinnegato dagli Stati Uniti, anche se il nuovo presidente Biden pare intenzionato a rientrarci, ma è un fatto che alla sua ampia sottoscrizione abbia concorso Laudato si', l’Enciclica di Papa Francesco sull’ecologia. In quel momento credenti, ma soprattutto laici, hanno visto nel Papa un leader ambientalista. Da in poi l’Europa ha cambiato passo e sui temi ambientali non deraglia più: Il 37% dei fondi del Recovery Fund è destinato all'ambiente”.


Dai ragionamenti che stiamo facendo sta venendo fuori che qualsiasi tipo di organizzazione sia essa pubblica, profit o del privato sociale e ogni tipo di progetto o attività non possa fare a meno di tenere in considerazione tre leve fondamentali lo Sviluppo economico, l’Impatto ambientale e la Coesione sociale; tre dimensioni attraversate orizzontalmente da una quarta particolarmente rilevante: oggi quella della Sostenibilità finanziaria. Quali sono i luoghi che secondo te meglio interpretano e sono reattivi ad entrare in questo disegno? “Ci sono altre due belle realtà che provo a raccontare. Una è il Consorzio di cooperative sociali “Farsi Prossimo” promosso dalla Caritas Ambrosiana. Gestiscono la raccolta dei vestiti usati che finiscono nei “cassonetti gialli” sparsi in molti comuni del milanese. Contrariamente a quello che molte persone credono, “buttando” i vestiti dismessi nei cassonetti, questi non vengono “donati ai poveri”, perché per la legge si tratta di rifiuti e come tali vanno gestiti. Oggi raccolgono un totale di 30 milioni di capi ogni anno. Tutte le cooperative sono iscritte alla White list dedicata presso la Prefettura competente che raccoglie l'elenco delle imprese certificate. Il ruolo delle cooperative poi è fondamentale nel dare nuova vita ai vestiti usati che possono ad esempio, adeguatamente ricondizionati, diventare parte di pannelli per la coibentazione delle case. Inoltre dal 2022 sarà per le aziende dovranno per legge riciclare gli scarti tessili delle loro produzioni; è chiaro che ai grandi marchi del tessile italiano interessa stringere un’alleanza con una rete capillare e radicata come quella rappresentata dalle cooperative sociali; da un lato perché gli è utile per aderire ad un obbligo di legge e dall’altro perché rafforza la Responsabilità sociale delle imprese. Un’altra bella esperienza è quella del Consorzio Equo di Leinì che si occupa di persone che in modo più o meno legale occupano di raccogliere rifiuti metallici, rottami ferrosi e scarti industriali. Sono uomini e donne che vivono ai margini, siano essi sinti rom, ex lavoratori che hanno perso l’occupazione, stranieri. La legislazione ambientale è però molto precisa al riguardo e prevede una serie di adempimenti che per questi soggetti sovente sono difficili o impossibili da perfezionare. Ebbene il Consorzio si occupa degli adempimenti burocratici necessari per rendere legali queste attività e di stingere accordi con le aziende - ad oggi 114 sparse in mezza Italia - specializzate in cui conferire i materiali raccolti; con un giro di affari di 14 milioni di euro. Ad oggi sono 973 le famiglie coinvolte in questa attività: che dall’essere marginali sono diventate operatori commerciali che offrono un servizio nel pieno rispetto delle leggi. In questo caso l’ambiente diventa non solo una leva per l’inclusione sociale ma anche per il contrasto all’illegalità.”.


Alla parola legalità, fa eco responsabilità. Non mi pare che oggi ai vari livelli l’assunzione di responsabilità sia uno sport praticato. In particolare quello dei rifiuti e del loro trattamento, oltre ad essere un tema centrale per il futuro, è spesso sottaciuto e viene fuori solo quando fa scandalo, vedi la Terra dei fuochi, o è oggetto di inchieste giudiziarie. “Sono proprio gli atteggiamenti irresponsabili a generare l’illegalità. Sono i comportamenti dell’imprenditore che per riciclare tonnellate lo sfrido della lavorazione della plastica si affida, invece che al costoso ma legale servizio di aziende autorizzate, a intermediari opachi che per un decimo del prezzo gli risolvono il problema e fa finta di non sapere la fine che farà quella plastica: imbarcata sui cargo per l’Africa, oppure stipata in capannoni che prima o poi prenderanno fuoco, sotterrata a danno delle falde acquifere. Ma altrettanto irresponsabile il politico che in campagna elettorale dice NO alla discarica, NO all’inceneritore perché la gente è quello che vuole sentirsi dire, per poi cambiare idea il giorno dopo le elezioni. Ma è anche irresponsabile chi dice “Vogliamo Zero Rifiuti”, si prende gli applausi degli attivisti, poi tutto finisce li. Responsabilità significa dire al cittadino che la sciarpa che indossa pesa 2 etti e produce 200 chili di rifiuti; da qualche parte devono finire. È un percorso complicato ma anche ineludibile ma bisogna entrare nell’ottica che si tratta di essere tutti corresponsabili - legislatori, produttori, consumatori – di quello che produciamo, compriamo, di come e consumiamo. Se prendi i dati 2019-2020 riferiti al blocco da parte della Cina delle importazioni dei nostri rifiuti plastici e li paragoni al boom di incendi dei capannoni italiani. Si è passati da qualche decina e svariate centinaia. Stesso discoro per i vestiti. Basta farsi un giro per le periferie di Tunisi e trovare nelle discariche i nostri vestiti; si stima che solo il 5-7% dei rifiuti di quel settore venga smaltito regolarmente oppure riciclato in Italia, il resto viene “esportato” e sono problemi di qualcun altro; ma prima o poi succederà che anche quei paesi non vorranno più i nostri scarti.”


Alessandro Prandi Articolo uscito su Solidea, dicembre 2020