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La fatica della pace




Ci sono periodi della storia in cui non si combattono guerre, o perlomeno non guerre dichiarate. Non ci sono trincee, né sirene notturne, né bambini sotto le macerie. Non sono i tempi che stiamo vivendo, lo vediamo e leggiamo ogni giorno. Ma sono proprio questi tempi in cui le grancasse della propaganda battono più forte, quando la parola “pace” viene snaturata, usata, mascherata.

Al di là della contingenza contemporanea, è proprio in periodi apparentemente quieti che la pace è tutt’altro che garantita. Il rischio, piuttosto, è di dimenticarne la natura, di considerarla un dato di fatto, una normalità che si riproduce da sola. È in questi frangenti che la pace rischia di scivolare via non con il clangore delle armi, ma con il silenzio dell’indifferenza.

Mantenere la pace nei “periodici di pace” è dunque un progetto politico, sociale e culturale complesso. Va pensato come un allenamento quando la pace verrà seriamente minacciata, come sta succedendo oggi. Per assolvere a questo compito sono necessarie: vigilanza, costruzione, manutenzione. Non è mai un equilibrio naturale, ma una forma d’arte fragile e dinamica, che va imparata, praticata, insegnata. L’illusione che la pace si autoconservi – se solo lasciata in pace – è una delle più pericolose. E nasce spesso da un fraintendimento: l’idea che la pace sia uno stato, invece che un processo.

 

Una pratica, non solo un’idea

Le rappresentazioni della pace come concetto morale o ideale – un valore assoluto, una condizione utopica – sono culturalmente radicate, ma politicamente fuorvianti. Nessuna comunità umana ha mai vissuto in pace semplicemente perché la considerava desiderabile. Le società pacifiche sono quelle che hanno costruito istituzioni per gestire il disaccordo, contenere la violenza, distribuire potere e risorse in modo legittimo, seppur imperfetto. È questo il punto chiave: la pace, per durare, deve saper assorbire il conflitto. Non reprimerlo, né negarlo, ma incanalarlo. In tal senso, è un sistema di regole e contropoteri, di garanzie reciproche, di spazi aperti alle posizioni critiche. È ciò che rende una società capace di sostenere tensioni senza crollare. E questo non avviene mai per inerzia.

Il filosofo Isaiah Berlin, vissuto nel Novecento e tra i maggiori teorici del pluralismo, avvertiva che “i conflitti di valori sono tragicamente inevitabili” e che la coesistenza pacifica richiede “una disposizione pratica alla tolleranza, non un sistema definitivo di verità”. La pace non è un’idea intangibile, ma un compromesso quotidiano tra differenze irriducibili.

Ne sono un esempio palese le politiche del Governo italiano in carica - dal cosiddetto “Decreto rave” fino alle recenti norme sulla Sicurezza - che in astratto dovrebbero garantire, appunto, la sicurezza ma nel concreto puntano a limitare il dissenso e, addirittura, stili di vita considerati distonici.

 

Pace e conflitto non sono opposti

In tempi di pace, il dibattito sulla pace tende a indebolirsi o a incancrenirsi. Ci si divide tra retoriche di pacificazione morale e cinismi realisti che riducono ogni politica a forza. Entrambe le posizioni – il pacifismo dogmatico e il disincanto autoritario – finiscono per abbandonare la pace alla sua sorte. In realtà, mantenere la pace richiede più coraggio che invocarla. Significa accettarne la natura imperfetta, compromissoria, talvolta frustrante.

Il pensatore canadese Michael Ignatieff, riflettendo sulle missioni internazionali e sui dilemmi dell’intervento umanitario, scriveva che “non esiste una politica pulita in un mondo sporco” e che “la scelta reale non è tra innocenza e colpa, ma tra disordine assoluto e ordine imperfetto”. Questo vale anche per la pace interna alle società democratiche: o si accetta di lavorare su un equilibrio instabile, o si rinuncia del tutto alla possibilità di convivenza.

Uno dei presupposti fondamentali per pensare la pace come realtà viva - e non come icona da venerare - è smettere di contrapporla al conflitto. Il conflitto non è l’anticamera della guerra: è l’essenza della vita politica, delle relazioni sociali. Dove c’è pluralismo, ci sono interessi, visioni, identità in concorrenza. L’alternativa al conflitto non è la pace, ma il silenzio imposto. La pace vera è quella che regge alla pressione del conflitto, che lo contiene senza eliminarlo.

Karl Popper, nel saggio La società aperta e i suoi nemici (1945), distingueva tra “società chiuse”, dove il dissenso è soppresso e “società aperte” dove il cambiamento è possibile attraverso la critica. La pace, in una società aperta, non si misura dall’assenza di rumore, ma dalla capacità di accogliere la critica senza collassare.

Questo ha implicazioni pratiche enormi. Una società pacifica non è quella senza scioperi, senza proteste, senza opposizioni. È quella che non criminalizza il dissenso, che non delegittima chi contesta, che non confonde l’ordine con la docilità.

 

Costruire istituzioni resistenti

Se la pace è un equilibrio istituzionale che consente il conflitto senza sfociare nella violenza, allora il suo mantenimento passa per la qualità delle istituzioni. Giustizia imparziale, rappresentanza democratica, pluralismo mediatico, autonomia della scienza, separazione dei poteri: sono strumenti tecnici, certo, ma anche dispositivi morali. Ogni indebolimento di questi strumenti - anche se non accompagnato da spargimenti di sangue è una minaccia alla pace.

John Rawls, in Una teoria della giustizia (1971), definiva la stabilità come “quella proprietà delle istituzioni giuste che le rende accettabili nel tempo da parte dei cittadini, anche quando essi ne subiscono occasionalmente gli svantaggi”. La pace è questa stabilità dinamica, ottenuta non con la forza ma con la legittimità. Non è un mistero che siamo in presenza di un processo di delegittimazione non solo delle istituzioni liberali e democratiche ma delle prassi su cui si regolano a vantaggio di visioni populistiche e nazionaliste che, ci insegna la storia, sono l’anticamera dell’autoritarismo, anche se celato sotto quelle che oggi vengono definite democrature: una via di mezzo tra democrazia e dittatura.

La pigrizia democratica è la trappola dei periodi di pace. Quando non c’è minaccia evidente, molti cittadini smettono di partecipare, di vigilare, di criticare. Di recarsi alle urne. Le istituzioni, non più sotto pressione, si burocratizzano, si chiudono, si irrigidiscono. Non pongono resistenza alle tentazioni autoritarie. È in queste condizioni che si prepara il terreno all’erosione delle libertà. La pace c’è, ma è sempre più formale, meno vissuta, meno sentita.

L’esperienza storica insegna che le democrazie e le loro istituzioni non muoiono in un giorno: si logorano per disuso o per le ambizioni di chi di volta in volta le sovraintende. Il costo della pace, allora, non è solo istituzionale ma anche culturale. Richiede una cittadinanza esigente, informata, capace di farsi carico del conflitto senza cedere alla violenza. L’apatia è la vera nemica della pace: non perché genera guerra, ma perché disarma le società davanti ai suoi rischi.

 

Educare alla pace come dissenso

Infine, mantenere la pace nei tempi di pace significa educare alla pace non come docilità, ma come capacità di confliggere senza distruggere. Questo comporta un’educazione al pensiero critico, alla convivenza tra opposti, alla pluralità delle visioni. La pace non può fondarsi sull’omologazione né sull’ignoranza reciproca, ma su una consapevole accettazione della complessità.

La scuola, i media, la cultura pubblica devono smettere di proporre la pace come un rifugio sentimentale, e iniziare a proporla come un esercizio critico. La pace è difficile, e va detta come tale. Solo così diventa credibile. Solo così vale la pena conservarla.

Non esiste una “pace automatica”, non più di quanto esista una democrazia automatica. Le istituzioni non sono statue scolpite una volta per sempre, ma officine da cui escono ogni giorno decisioni, conflitti regolati, compromessi rinegoziati, riforme perfezionate o fallite. La pace, in questa prospettiva, non è solo il risultato delle istituzioni: è essa stessa una loro funzione attiva. Non ci si limita a proteggere la pace, la si produce attraverso pratiche quotidiane, atti legislativi, bilanci redistributivi, scelte diplomatiche, interventi culturali, meccanismi di controllo.

La tenuta delle istituzioni in tempo di pace richiede una vigilanza fatta di dettagli: il pluralismo dei media, la tutela delle minoranze, la trasparenza dei processi decisionali; cose che oggi, nell’occidente democratico, si stanno depauperando.  Non si tratta di difendere un’astrazione: si tratta di evitare che la pace diventi uno spazio neutro in cui si insinuano ingiustizie, squilibri e fratture. La pace è politica.

In questo senso, chi governa periodi di pace dovrebbe essere più inquieto, non meno. La tenuta sociale non va data per scontata. È qui che entra in gioco il nesso tra pace e giustizia, non come slogan, ma come realtà amministrativa e costituzionale. I sistemi giusti - per quanto imperfetti - tendono a generare stabilità e fiducia. I sistemi percepiti come arbitrari, corrotti o opachi tendono a erodere la legittimità e preparare il terreno al conflitto violento, anche quando non prende la forma della guerra.

 

Costruire spazi di conflitto gestito

Un’idea centrale, e spesso sottovalutata, è che la pace non significhi assenza di conflitto, ma esistenza di spazi in cui il conflitto possa manifestarsi senza degenerare. La qualità di una società democratica si misura anche da come gestisce il dissenso, non da quanto riesce a soffocarlo. La protesta, la satira, l’inchiesta giornalistica, il dibattito parlamentare, la libertà accademica: sono tutti strumenti che traducono il conflitto in parole, in atti legittimi, in contrattazioni. In assenza di questi canali, il conflitto cerca altri sbocchi: la violenza, l’estremismo, il ricatto.

Il filosofo John Rawls, attivo tra il secondo dopoguerra e la fine del XX secolo, sosteneva che una società equa è quella in cui “i cittadini liberi e uguali sono disposti ad accettare i termini fondamentali della cooperazione”. Ma affinché ciò avvenga, devono esistere procedure condivise per far emergere e gestire le divergenze. Non basta dire “siamo tutti dalla stessa parte” se non si costruiscono meccanismi istituzionali che rendano credibile quella convivenza.

In questo senso, il mantenimento della pace richiede un investimento nella manutenzione del conflitto. Non per esasperarlo, ma per canalizzarlo. La pace non è un silenzio tombale, è un’orchestra dissonante che continua a suonare.

Uno degli aspetti meno seducenti - e dunque più essenziali - della pace in tempi di pace è la fatica della moderazione. Nei momenti di emergenza, i gesti eroici attraggono: ci si stringe attorno a figure carismatiche, si fanno sacrifici in nome della salvezza collettiva. Ma in tempi ordinari, la figura del moderato è spesso screditata. La moderazione è accusata di debolezza, l’equilibrio di ipocrisia, il compromesso di tradimento.

Eppure, è proprio la politica dei compromessi quella che tiene insieme una società plurale. Il filosofo Isaiah Berlin, vissuto nel XX secolo e profondo interprete delle tensioni tra libertà e autorità, sosteneva che la convivenza tra valori in conflitto è il compito più alto della politica. La moderazione, in questo quadro, non è la rinuncia all’ideale, ma il riconoscimento che più ideali possono coesistere e competere senza annientarsi.

In tempi di pace, è facile dimenticare questo principio. Ci si polarizza, si cerca l’assoluto, si diffida della complessità. Ma la moderazione - intesa non come tiepidezza bensì come esercizio di responsabilità - è la vera infrastruttura della pace.

 

Il ruolo della società civile

Infine, non va dimenticato il ruolo della società civile. In tempi di pace, le reti sociali, le associazioni, le pratiche di mutualismo, il volontariato, i movimenti spontanei svolgono una funzione di “anticipo democratico”. Rendono visibili problemi latenti, costruiscono ponti tra gruppi sociali, offrono soluzioni dal basso. Non sostituiscono le istituzioni, ma le integrano, le pungolano, le costringono a non atrofizzarsi.

La pace come conflitto gestito ha bisogno di cittadini attivi, non solo di elettori passivi. Ha bisogno di scuole che insegnino il dubbio, di media che non siano megafoni, di città che sappiano accogliere la complessità.

Si tratta di una leva con cui scardinare una delle minacce alla pace nei tempi di pace: l’amnesia. Le società che dimenticano le proprie fragilità passate sono più vulnerabili. La memoria non deve essere solo cerimoniale - fatta di date, lapidi, celebrazioni - ma operativa. Ricordare le guerre non significa solo piangere i morti, ma interrogarsi sulle condizioni che le hanno rese possibili: retoriche belliciste, concentrazioni di potere, esclusioni sistemiche.

Accanto alla memoria serve però anche l’immaginazione: la capacità di pensare alternative, di anticipare scenari, di progettare istituzioni più giuste. La pace non è solo mantenuta: deve essere immaginata, continuamente reinventata. Senza immaginazione civica, il presente si fossilizza e il futuro si riduce a una replica dell’oggi. La pace, come l’arte, ha bisogno di visione.

  

Conclusione

La pace in tempi di pace non è mai un dono, né un diritto naturale, né un’eredità assicurata. È un’opera umana, sempre provvisoria. Non basta desiderarla: bisogna amministrarla. Non basta rivendicarla: bisogna costruirla ogni giorno, tra le contraddizioni del reale. Non è un’assenza di qualcosa, ma una presenza attiva di molte cose: istituzioni, consapevolezze, limiti, regole, fiducia.

Se c’è una lezione che la storia ci consegna, è che la pace dura solo dove si accetta che il conflitto non è il problema, ma lo è la sua cattiva gestione. E che ogni società che voglia restare in pace deve sapersi difendere non solo dagli altri, ma anche da se stessa. Alessandro Prandi Pubblicato sul numero di luglio 2025 della rivista Solidea

 
 
 

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