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Il motore silenzioso delle cooperative di comunità

 C’è un filo rosso che attraversa borghi appenninici, valli alpine e quartieri periferici: il tempo donato. Dietro ogni cooperativa di comunità c’è un nucleo di volontarie volontari che rende possibile ciò che, a lungo andare potrebbe diventare insostenibile almeno di vista finanziario. Sono loro a presidiare spazi, avviare attività, fare da collante tra soci, cittadini e territorio. Non è un dettaglio: è la condizione di esistenza stessa di molte cooperative di comunità, e il motivo per cui la parola “impresa” qui convive con le parole con “bene comune”. Si tratta di un architrave sociale. Di seguito proveremo a capire come funziona, quali effetti genera, come viene riconosciuto e valorizzato anche economicamente. In altre parole: cosa succede quando la competenza gratuita incontra un bisogno concreto e lo traduce in servizi, legami, opportunità?

Un capitale invisibile (che tiene in piedi i luoghi)

Il volontariato nelle cooperative di comunità non è semplice manodopera gratuita. È capitale civico: fiducia, legami, saperi che diventano infrastruttura d’impresa. È la prima moneta di scambio: ore donate che permettono di aprire un bar di paese, tenere viva una biblioteca, riaccendere le luci di un teatro. Spesso i progetti nascono così: una riunione nella sala del consiglio comunale, un appello su un gruppo WhatsApp, una locandina appesa alla bacheca della Pro Loco o della Cas del quartiere. Da quel gesto elementare si costruisce un patto: «ci metto il mio tempo, perché questo posto resti di tutti».

Il capitale volontario ha almeno tre ingredienti: disponibilità, competenze e relazioni.

  • La disponibilità è quella che tutti vedono: aprire, pulire, accogliere, accompagnare.

  • Le competenze sono la parte meno visibile: c’è chi sa fare contabilità, chi imposta una campagna social, chi conosce le norme per la sicurezza, chi progetta eventi.

  • Le relazioni sono il moltiplicatore: ogni volontaria, ogni volontaria porta con sé reti di fiducia - familiari, amici, associazioni - che diventano pubblico, donazioni, co-progettazioni.

È il motivo per cui il volontariato non “sostituisce” spesa pubblica o servizi, ma li abilita, li rende possibili, li rende credibili.

 

Dove il volontariato incide davvero

Rigenerazione e cultura. Se un teatro riapre, se una biblioteca non chiude, è la comunità di riferimento se ne prende cura quotidianamente. Non solo organizzando eventi, ma tenendo in ordine gli spazi, facendo accoglienza, presidiando gli orari. L’arte, in questi contesti, è anche manutenzione sociale: pulire un foyer può contare quanto programmare una stagione.

Servizi di prossimità. Trasporto sociale, consegna di farmaci e spesa, supporto alle famiglie: qui il volontariato ha il volto di chi mette a disposizione la propria auto, il proprio tempo, la propria voce. In un viaggio di dieci chilometri si crea spesso un rapporto che vale più del servizio in sé.

Ambiente e turismo responsabile. I sentieri riaperti, i borghi resi accoglienti, le feste popolari recuperate. Senza volontari molte iniziative resterebbero sulla carta: il lavoro gratuito costruisce l’attrattività di un luogo e allo stesso tempo cura l’anima.

In questi ambiti, il volontariato assume due funzioni parallele e complementari: da un lato presidia - tiene vivo ciò che altrimenti andrebbe perso -, dall’altro innova - prova nuove forme di servizio, community-based, trasversali.

 

Tre scene (esemplari) dal territorio

La sala che rinasce. Un cinema di quartiere chiuso da anni riapre come spazio comunitario: proiezioni, laboratori per ragazzi, rassegne di documentari. All’inizio i turni sono tutti volontari: biglietteria, bar, tecnico audio. Dopo un anno, l’attività genera abbastanza entrate per assumere una giovane programmatrice culturale.Il rifugio che apre la stagione. In montagna, un rifugio era diventato “fantasma”. La cooperativa di comunità riunisce escursionisti e abitanti: pulizie straordinarie, piccole manutenzioni, turni in cucina. I primi due estati sono a trazione volontaria; poi arrivano corsi di formazione e due contratti stagionali.L’emporio che fa rete. Nel borgo senza negozi nasce un emporio di comunità: non solo spesa, ma punto informazioni, bacheca, servizi digitali di base. I volontari gestiscono gli orari “morbidi” (pausa pranzo, sera), mentre le ore centrali sono coperte da due lavoratori. Il negozio regge perché la comunità lo tiene aperto.

Questi casi mostrano come il volontariato non sia solo «fare» ma attivare un ecosistema di comunità, con ricadute che vanno oltre l’attività immediata: creazione di lavoro, sperimentazione, attrazione turistica.

 

Volontari e sostenibilità economica

Una cooperativa di comunità vive di un mix: scambi di beni e servizi, bandi, convenzioni con la pubblica amministrazione, quote associative, donazioni, crowdfunding. Il volontariato è la leva che consente di partire (riducendo i costi di avviamento), di sperimentare (testando nuove attività senza la pressione immediata di rientrare), di convincere (dà ai donatori la prova che dietro c’è una comunità reale, non solo un business plan).

Ma oggi possiamo aggiungere: grazie alla valorizzazione economica del volontariato, le cooperative possono rendicontare quel contributo in modo più trasparente. Il modello del “costo di sostituzione”, che moltiplica le ore donate per una retribuzione lorda oraria stimata, consente di iscrivere nei bilanci figurativi i costi del volontariato, rendendoli visibili e coerenti con i nuovi modelli contabili degli enti del terzo settore. Questo contribuisce anche a rafforzare la sostenibilità e la credibilità del progetto nei confronti di enti pubblici, donatori e comunità.

 

Il volontariato come governance

Nelle cooperative di comunità l’impegno volontario è anche decisione. Le assemblee sono spesso aperte, i tavoli di co-progettazione coinvolgono non soci, gli incontri pubblici servono a definire priorità e criteri di equità. In questo modo il volontariato non solo regge le attività quotidiane, ma legittima le scelte. Il principio è semplice: chi dona tempo ha titolo per contribuire alla rotta.

Questa “democrazia economica” genera trasparenza e responsabilità. Se una stagione teatrale privilegia le compagnie locali, o se l’emporio decide di applicare prezzi calmierati a famiglie in difficoltà, è perché la comunità ha discusso e deciso. Non c’è solo un consiglio di amministrazione: c’è un ecosistema di cura.

Nelle cooperative di comunità la cittadinanza non è spettatrice, né semplice beneficiaria di un servizio: è protagonista. Il tratto distintivo di queste esperienza è proprio questo: mettono al centro persone che scelgono di non delegare completamente il destino del proprio territorio, ma di prenderlo in mano. Non per eroismo, ma per necessità. Spesso, infatti, l’innovazione che nasce nelle comunità non arriva da grandi idee astratte, bensì da esigenze molto concrete: un luogo che rischia di chiudere, un servizio che non c’è più, un bisogno che nessuno intercetta.

 

Essere volontarie e volontari oggi

ISTAT ha recentemente rilasciato i dati dell’indagine “Uso del tempo 2023” che include un modulo dedicato al lavoro volontario.

Nel 2023 ha svolto volontariato il 9,1% della popolazione italiana di 15 anni e più (circa 4,7 milioni di persone), in calo rispetto al 2013. Diminuisce sia il volontariato organizzato (6,2%) sia l’aiuto diretto non organizzato (4,9%). Le differenze territoriali restano marcate: Nord più attivo, Mezzogiorno meno coinvolto.

Pur calando i volontari esclusivamente organizzati o esclusivamente informali, cresce in modo significativo la partecipazione “ibrida”: oltre un milione di persone combina attività in organizzazioni e aiuti diretti. Aumentano i volontari attivi in ambito culturale, ricreativo, sociale, ambientale e di protezione civile; diminuiscono quelli religiosi, sportivi e sanitari. Nel non organizzato cala l’aiuto a persone conosciute, mentre crescono gli interventi a favore della collettività e dell’ambiente.

Le motivazioni prevalenti sono ideali e bene comune nel volontariato organizzato; emergenze e sostegno a persone in difficoltà nell’aiuto diretto. Anche il tempo dedicato calo leggermente (da 19 a 18 ore mensili), ma l’impegno continua a rappresentare un elemento di coesione sociale.

Il livello di istruzione resta un forte fattore di differenziazione: i laureati partecipano di più, anche se registrano i cali più marcati nell’ultimo decennio. Per genere, uomini e donne mostrano livelli simili, con lievi differenze nelle due modalità.

Il calo riguarda soprattutto giovani e adulti (15-44 anni). Al contrario, la fascia 65+ mostra stabilità o un lieve aumento sia nel volontariato organizzato sia nell’aiuto diretto, confermandosi il segmento più resiliente. In termini occupazionali, sono più attivi i ritirati dal lavoro, seguiti da occupati e persone in cerca di occupazione; più bassi i livelli tra studenti e casalinghe, con un forte calo degli studenti rispetto al 2013.

 

Formazione: dal “so fare” al “so anche perché”

Un volontario formato non è solo più efficace: è più consapevole. Nei progetti più solidi si investe in moduli brevi ma intensivi: sicurezza e accoglienza del pubblico, regole base di amministrazione, comunicazione con utenti fragili, manutenzioni leggere. La formazione crea continuità (meno turn-over), qualità percepita (servizi migliori) e tutela (meno rischi per persone e spazi).

Inoltre, racconta alle persone il “perché” del loro gesto: non solo come si fa, ma perché si fa, e con quale impatto atteso.

 

Misurare senza snaturare

Si può misurare il valore del volontariato senza ridurlo a numeri? Sì - e diverse cooperative lo stanno facendo con metri semplici e condivisi: ore donate, servizi attivati grazie a quelle ore (aperture extra, eventi, consegne), persone raggiunte, risorse economiche abilitate (donazioni, bandi vinti, risparmi). Sono indicatori “leggeri”, discussi in assemblea e riportati nei bilanci sociali: abbastanza precisi da orientare le scelte e sufficientemente rispettosi da non snaturare la gratuità.

E ora, anche grazie alla valorizzazione economica del volontariato, è possibile portare quel contributo nelle voci contabili figurative: per gli enti del terzo settore esiste già una sezione “oneri e proventi figurativi” dove inserire tali dati.

 

Il rapporto con le istituzioni

Il quadro normativo regionale è cresciuto negli ultimi anni. Ma le norme valgono se riconoscono davvero la dimensione volontaria: occorre che le ore donate abbiano un peso nelle procedure di co-progettazione, che siano previsti voucher formativi dedicati e fondi rotativi per coprire le spese iniziali, spesso sostenute proprio dai volontari.

In linea generale, i comuni trovano nelle cooperative di comunità un alleato credibile: dove il volontariato presidia spazi e servizi, la pubblica amministrazione può programmare con maggiore stabilità, sapendo di avere un partner radicato e affidabile.

La valorizzazione economica del volontariato porta un’ulteriore leva: quando un ente pubblico o un programmatore territoriale vede che la cooperativa ha quantificato l’apporto volontario in ore e valore economico, aumenta la percezione di serietà, solidità e sostenibilità del progetto.

 

Rischi (da prevenire)

Ci sono anche criticità: il rischio di burn-out dei volontari “zoccolo duro”; la tentazione di fare troppo con troppo poco; la fatica della sostituzione quando qualcuno si ferma; la confusione tra ruoli volontari e professionali. Le cooperative più mature hanno imparato a prevedere turni sostenibili, pause, riconoscimenti simbolici, momenti di restituzione pubblica. Hanno capito che il volontariato non può reggere tutto: serve un equilibrio tra gratuità e professionalità, chiaro fin dall’inizio.

Inoltre, nel passaggio alla valorizzazione economica, occorre evitare che il valore misurato diventi pressione: la gratuità deve restare scelta libera, non obbligo. L’indicatore deve servire a valorizzare, non a mercificare.

 

Volontariato e futuro

Il volontariato nelle cooperative di comunità è un laboratorio d’innovazione sociale. Crescono i progetti che sperimentano micro-borse per competenze specialistiche, mentoring tra volontari senior e junior, piattaforme digitali per gestire turni e micro-task, percorsi per trasformare esperienze volontarie in lavoro: non un automatismo, ma una possibilità quando il progetto decolla.

Cresce anche l’attenzione al benessere: spazi di confronto, check-in periodici, cura delle motivazioni. Perché la gratuità è una scelta fragile: va accompagnata, non sfruttata.

E la valorizzazione economica apre nuove prospettive: non solo misurare, ma leggere i dati come leva di sviluppo. Ore donate + valore stimato = argomento per bandi, narrativo per stakeholder, leva per progettazione. Il volontariato non resta solo silenzioso, diventa visibile e strategico.

 

Dal fare “per” al fare “con”

In fondo, la lezione resta semplice. Il volontariato nelle cooperative di comunità non è beneficenza, né supplenza di servizi mancanti. È innovazione sociale in atto.

Dal piccolo borgo che salva l’unico negozio grazie a turni volontari, al quartiere urbano che riapre un cinema abbandonato trasformandolo in spazio condiviso, la logica è la stessa: non si tratta di fare per la comunità, ma di fare con la comunità. E oggi, grazie alla valorizzazione, quel “fare con” si vede, si conta, si racconta.

È in questa differenza che il volontariato diventa motore silenzioso dell’economia di luogo: trasforma il capitale umano in servizi, lo trasforma in fiducia, lo trasforma in futuro. Alessandro Prandi Articolo pubblicato sul numero di dicembre 2025 della rivista Solidea

 
 
 

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