Azzardo: nel cuneese giocati quasi 100 euro al mese per abitante

Il gioco d’azzardo è vietato dal codice penale, ma la progressiva legislazione in deroga da metà degli anni ’90 ad oggi ha portato a una situazione paradossale. Viene punita una scommessa tra amici, mentre risultano legali gli i ricavi miliardari di lotterie, slot-machines, poker, scommesse e giochi d’azzardo di natura sempre più varia che in questi ultimi anni, a ritmi sempre più frenetici, sono stati immessi sul mercato. Di conseguenza la platea dei giocatori si è allargata enormemente e ormai anche giovani, casalinghe e pensionati costituiscono nuove fasce d’utenza da catturare e fidelizzare. L’Italia conta per il 22% del mercato globale del gioco d'azzardo, solo nel 2012 gli italiani hanno speso 15 miliardi e 406 milioni di euro nel settore. L’Agenzia di stampa Agipronews, specializzata in giochi a pronostico e scommesse, ha stimato che in provincia di Cuneo nei primi sei mesi del 2013 oltre 290 milioni di euro: in media ogni abitante - neonati compresi - ha speso da gennaio a luglio 490 euro. La presenza sul territorio provinciale di esercizi dedicati in via prevalente (agenzie di scommesse, sale bingo, negozi di gioco) o sussidiaria (bar, edicole, ristornati) al gioco si differenzia da città a città: Alba con i suoi 72 locali segue Cuneo, 91, per numero di esercizi ma  la nostra città occupa la prima posizione se questi numeri vengono rapportarti alla popolazione. A Bra ad esempio sono 48. 

Trattare il gioco d'azzardo legalizzato non è semplice. Si tratta di una tematica multidimensionale che tiene insieme aspetti legati alla tutela della libera impresa, all'ordine pubblico, alla difesa delle fasce più deboli della popolazione. Aspetti ed interessi non sempre sono tra loro conciliabili. I Comuni sono presi in mezzo da questa situazione: lo Stato, che negli anni ha promosso il gioco d’azzardo legale nell’illusione di contrastare così quello illegale, considera la concessione delle licenze una mera questione di ordine pubblico e di sicurezza. Quindi di sua esclusiva pertinenza. Ma la presenza di luoghi, dover poter giocare 24 ore al giorno, può generare anche altri problemi (dalla turbativa della quiete all’indebitamento dei cittadini) che poi finiscono per gravare sulle casse comunali. Problemi ai quali, secondo il Testo Unico degli Enti Locali, è preposto il sindaco, in qualità di massima autorità socio sanitaria locale. Su questa forbice interpretativa si sono inserite le misure adottate da molti comuni, nel tentativo di arginare la proliferazione dell’azzardo. Spesso, però, si è trattato di provvedimenti destinati a infrangersi contro i ricorsi al TAR come è successo nella nostra regione a Verbania e a Grugliasco. 

A parte i concessionari e, in misura minore, lo Stato, il gioco non arricchisce nessuno. “Non genera sviluppo locale. I soldi vinti non si aggiungono all’economia perché spesso sono rigiocati. Quelli persi sono persi e basta”, dicono Giovanna Spolti e Davide Roccati di Seldon Ricerche di Torino che ha mappato la presenza delle slot-machine nel capoluogo piemontese e la loro distanza da scuole e asili. In pratica se il lattaio, guadagnando, migliora anche la qualità della vita dell’isolato, perché fornisce un servizio e genera lavoro, la macchinetta inghiotte i gettoni e stop.  “L’offerta di gioco d’azzardo - continuano Spolti e Roccati - non è casuale. Il gambling ha un mercato e un pubblico ben precisi. Va a puntare le fasce deboli, a intercettare i desideri di chi fatica ad arrivare alla fine del mese”. Il Dipartimento delle politiche antidroga della presidenza del Consiglio lo scorso luglio ha lanciato l’allarme sulla diffusione dell’azzardo tra gli adolescenti. Si stimano infatti che nell’anno 2013 circa 1 milione e 250mila studenti delle scuole superiori di secondo grado abbiano partecipato ad almeno un gioco – spiega una nota del Dpa – con frequenza rilevata di un episodio almeno una volta negli ultimi 12 mesi. Secondo uno studio realizzato nel 2012 dal Reparto di epidemiologia e ricerca sui servizi sanitari dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa molti di questi sono minorenni, nonostante una legislazione che, a parole, vieta l’accesso degli adolescenti ai centri scommesse: si tratta di 630 mila under 18 che hanno speso almeno 1 euro giocando d’azzardo. 

Che fare allora? In tutta Italia sono nati comitati e associazioni che fanno sensibilizzazione sul tema, campagne di livello nazionale promosse d molti soggetti del Terzo Settore che chiedono una legislazione nazionale e regionale efficiente e non accondiscendente con i gestori del gioco d’azzardo, in alcuni comuni le amministrazioni locali hanno deliberato incentivi e defiscalizzazioni per quegli esercizi che rinuncino alle slot. Ad Agnone in provincia di Isernia si prevede uno sconto del 30% sulla Tares, la tassa comunale sui rifiuti e sui servizi, per gli esercenti che decideranno la dismissione degli apparecchi da gioco istallati nei propri locali, a Mede in provincia di Pavia il Comune ha emesso un bando con cui assegnare contributi, per un totale di circa 3mila euro, a quegli esercizi commerciali che, nell’arco del 2013, dimostreranno di non ospitare macchinette per il gioco d’azzardo. Alessandro Prandi


Intervento pubblicato sulla rivista Da Leggere del dicembre 2013