Mai più troppo vecchi, mai più troppo giovani

In tutto il mondo l’aspettativa di vita degli anziani continua a crescere. Entro il 2020, per la prima volta nella storia, il numero di persone con più di 60 anni sarà più numeroso di quello dei bambini di età inferiore ai cinque; entro il 2050 gli ultrasessantenni saranno 2 miliardi contro i 841 milioni di oggi, l’ottanta per cento di queste persone vivrà in paesi a basso o medio reddito. Lo rileva la rivista medico-scentifica inglese The Lancet che lo scorso 6 novembre ha  pubblicato un’ articolata e complessa analisi condotta da John Beard, David Bloom e Somnath Chatterji dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tuttavia, anche se le persone vivono più a lungo, non sono necessariamente più sane rispetto al passato. Quasi un quarto, il 23%, del carico globale dei decessi e delle malattie viene riscontrato nelle persone di età superiore ai 60 anni con un’incidenza enorme sulla qualità della vita tanto dei pazienti delle loro famiglie così come sulla definizione e sui costi dei sistemi sanitari.

Un cambio di paradigma epocale che pone davanti a sfide di difficile interpretazione; sono in gioco equilibri sociali stratificati nel tempo ma sempre più labili e fragili il cui mutamento ha ripercussioni che non interessano esclusivamente la popolazione anziana ma lo sviluppo umano nella sua interezza. I cambiamenti che costituiscono e influenzano l’invecchiamento sono complessi. E’ stato appurato che tali alterazioni solo vagamente corrispondono alle età cronologica, che cambia ad un ritmo costante, mentre le variazioni relative  alle aspettative personali ed individuali collegate all’invecchiamento non sono di semplice definizione ne omogenee tanto da indurre le politiche che pongono attenzione alla persona anziana a dover considerare molte sotto-popolazioni diverse con attese e bisogni diversi a volte contrastanti tra loro. Un esempio è sotto gli occhi di tutti: alcune persone anziane non solo desiderano ma conservano ancora la capacità di  poter continuare a partecipare alle attività sociali e professionali in misura simile ai più giovani con la conseguenza di attingere al trattamento pensionistico più in là negli anni; per altri individui della stessa fascia di età ma meno sani è indispensabile poter usufruire della pensione e  dell’assistenza sanitaria e sociale. Sono diversità che non solo vanno registrate ma comprese e tenute ben in considerazione e soprattutto non semplificate. Una risposta politica comune all’aumento della speranza di vita è stato quello di aumentare l’età in cui le pensioni sono accessibili inducendo pertanto le persone a lavorare di più a lungo nello stesso posto oppure a cercare altre occupazioni diverse che garantiscano impieghi meno faticosi o più flessibilità negli orari.  Tuttavia, ci sono barriere diffuse al mondo del lavoro in età più avanzata: gli atteggiamenti negativi di alcuni datori di lavoro e l’accesso limitato alla formazione nelle nuove tecnologie. Se questi vincoli non vengono affrontati, aumentare l’età pesionabile potrebbe rimuovere una fondamentale rete di sicurezza finanziaria per gli individui più anziani di basso status socio-economico che, oltre essere più tendenti ad avere notevoli  problemi di salute, spesso svolgono mansioni più faticose e hanno il minor numero di opportunità di lavoro alternative. Garantire sia la sostenibilità economica e l’equità della salute sarà una sfida formidabile per lo sviluppo di una risposta sanitaria pubblica all’invecchiamento della popolazione.

Per contro è proprio la costante  e generalizzata diminuzione delle opportunità di lavoro ad essere oggetto tanto di numerose politiche pubbliche tanto di campagne di sensibilizzazione. La recente proposta del governo italiano di istituire il cosiddetto bonus bebè può essere intesa come un’iniziativa – del resto non l’unica e sulla cui efficacia in molti dubitano – di contrasto alla discriminazione che le neo mamme subiscono tanto nell’accesso al lavoro quanto al mantenimento di un’occupazione. Nel 2012, dice l’Istat, oltre il 22% delle madri occupate all’inizio della gravidanza, ha lasciato il lavoro a circa due anni dalla nascita del bambino; nel 2005 erano il 18%. Una discriminazione che affianca quella dovuta al genere a quella che colpisce gli under 30. “Mai più troppo giovani è il nome della campagna lanciata dalla Rete Near in collaborazione con l’Unar, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, per diffondere tra i giovani la conoscenza della discriminazione basata sull’età e per raccogliere testimonianze di ragazze e ragazzi che ne sono stati vittime. Proprio l’Unar rileva come il 47,8% delle denuncia di discriminazione nel mondo del lavoro è dovuto all’età.


Alessandro Prandi

Pubblicato su ateniesi.it il 10 novembre 2014